#L’importanza delle parole

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Correre e pensare

 C’erano giornate in cui Emma correva più di altre. Come questa mattina. Aveva corso come ogni volta in cui, entro la mattinata, doveva fare una consegna e aveva bisogno, ogni volta, la certezza di farcela. Non poteva  correre, quando lo faceva si sentiva poco lucida, instabile. Eppure correva quando si alzava, ogni giorno alle cinque e trenta, quando beveva il latte macchiato e mangiava il pane ai cereali sfornato il giorno prima. Correva quando si guardava allo specchio, si lavava e sistemava trucco e capelli, quando scendeva le scale, quando faceva la spesa o prendeva l’autobus. Ma non quando cucinava. Lì, aveva bisogno di essere lucida, concentrata. Così si fermava. Si ascoltava. Pensava. Infilò il grembiule ancora in pigiama. Sì, perché​ cucinare in pigiama era una di quelle cose che le riuscivano molto bene. Tolse dal frigorifero la pasta brisè, preparata la sera prima, così come le zucchine, fatte saltare in padella con uno scalogno e profumate con foglioline di timo. Accese il forno. Preparò la spianatoia spolverata di farina. Stese la pasta da cui ricavò dei  cerchi e rivestì sei stampi oliati. Ruppe le uova. Le sbatté insieme a latte, ricotta e formaggio. Aggiunse sale, pepe e i restanti ingredienti. La consistenza era perfetta. Divise il composto negli stampi e infornò. Prese un biscotto dalla scatola e gli diede un generoso morso.

 

 

Quasi ogni mattina, ormai da alcuni anni, la casa di Emma veniva inondata dai meravigliosi profumi che i diversi tortini le sapevano regalare, profumi che la accompagnavano anche quando, dopo alcune ore, usciva di casa per fare le consegne.  Avvolgeva meticolosamente ogni tortino con carta forno e corda,  li sistemava con precisione in una scatola,  e ammirava con soddisfazione il suo lavoro. Sì, il suo lavoro, perché era questo che faceva, rendeva facile e felice il pasto di molte persone, e loro avevano reso, inconsapevolmente,  felice lei. Sicuramente.                                                Oggi Emma   aveva solo una consegna da fare: i tortini per il bistrot all’angolo. Erano i primi giorni d’autunno. Infilò velocemente una giacca leggera –  le giornate erano ancora miti – scarpe comode – non potrebbe farne a meno – e scese le scale di corsa.

 

 

«Buongiorno!» disse cordialmente la signorina Rinaldi, inquilina del secondo piano. Ottantadue anni, sorriso perfetto,  sempre con un velo di rossetto, capelli raccolti e adornata da orecchini o collane, diversi in base alle occasioni. Un tempo dava lezioni di pianoforte; chi abita nel palazzo da anni, come il signor Ranieri, racconta del gran numero di bambini, ragazzi e, a volte, anche meno giovani, che ogni giorno salivano e scendevano le scale, spesso di corsa, per recarsi dalla signorina Rinaldi; era molto richiesta, tanto da lavorare ogni pomeriggio. Negli anni ha dovuto diradare sempre più le lezioni, fino a doverci rinunciare; le sue mani doloranti non le permettevano più di suonare in modo soddisfacente, così col tempo ha accantonato la sua passione e il suo lavoro.  Era sempre accompagnata da Aristotele, il suo bassotto. Non che fosse un cane da potergli attribuire chissà​ quali doti, ma essere compagno di vita, amico, confidente, sempre pronto ad ascoltare e mai a giudicare, meritava gratitudine. E la Rinaldi ogni giorno lo faceva sentire come un eroe il cui suo  più grande e unico potere era renderla felice.

 

 

«Buongiorno!» rispose Emma. «Vedo che è già stata al mercato.» Indicò con lo sguardo la borsa di tela che la Rinaldi teneva stretta in una mano e dove ciuffi di erbette sbucavano copiosi. «Se mi affretto riuscirò anch’io a trovare frutta e verdura che mi occorrono.»

«Ha sentito delle nuove inquiline, mamma  e figlia»  disse  laRinaldi. « La bambina avrà… cinque o forse sei anni. Non so. Non sono molto pratica di bambini. Dicono che vengono dal sud e che la bambina non parla. Io mi guardo bene dal fare domande. Hanno affittato l’appartamento dei signori Artusi, quelli partiti per… non ricordo» disse la Rinaldi. «Per il Giappone» rispose Emma. Nel frattempo arrivò l’ascensore e, mentre saliva, la Rinaldi disse: «Sì proprio lì. Buona giornata.»

«A lei» rispose Emma uscendo dal portone.

 

 

CONTINUA…Vi aspetto per il prossimo capitolo

 

 

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